Ecologia e funzionalità del fiume Crati

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Lo stato ecologico e fluviale del Crati,
il più grande fiume della Calabria con i suoi 82,4 km dove ad oltre metà percorso
e alla fine sono situate le due Riserve regionali e
Zone Speciali di Conservazione il “Lago di Tarsia” e la “Foce del fiume Crati”,
già nel 2008 oggetto di un attento lavoro di studio e monitoraggio condotto
dall’Ente gestore delle Riserve.

Riproponiamo il lavoro alla luce degli ultimi eventi alluvionali che hanno
interessato il fiume Crati e del Regolamento europeo sul ripristino della natura
(NRR – Nature Restoration Regulation),
approvato dall’Unione Europea nel giugno 2024.

LA SALUTE DEI FIUMI FORTEMENTE MINACCIATA
E L’AGIRE INDEROGABILE DELLA LORO RIQUALIFICAZIONE

Ripristinare la connettività fluviale

Nel giugno 2024 è stato approvato il Regolamento (UE) 2024/1991 sul Ripristino della Natura (NRR – Nature Restoration Regulation) che impone agli Stati membri di attuare interventi di ripristino degli ecosistemi. Un grande risultato che ha permesso di introdurre, formalmente, per la prima volta nel diritto dell’UE il concetto di fiumi a “scorrimento libero” (FFR – free-flowing rivers).

In particolare, l’articolo 9 del NRR- Nature Restoration Regulation include l’obbligo vincolante di ripristinare la connettività fluviale rimuovendo le barriere (dando priorità a quelle obsolete) che causano più danni che benefici, ripristinando le funzioni naturali delle pianure alluvionali e mantenendo questa connettività a lungo termine.

La riqualificazione fluviale consiste in un insieme di interventi multidisciplinari volti a riportare un fiume a uno stato più naturale, migliorandone la salute ecologica e riducendo al contempo il rischio idrogeologico.

In passato, l’approccio principale è stato quello dell’ingegneria idraulica tradizionale (cementificazione, rettificazione, argini stretti). Oggi, la strategia si è invertita, si cerca di dare al fiume lo spazio di cui ha bisogno.

Per capire cosa si fa concretamente, possiamo dividere gli interventi in due macroaree:

  • morfologia e idraulica: riattivazione di meandri e attenta verifica degli argini per permettere al fiume di “esondare” in aree controllate (casse di espansione naturali) in caso di eventi eccezionali;
  • ecologia e biodiversità: ripristino della vegetazione riparia (le fasce boschive lungo le sponde) che funge da rinforzo degli argini, filtro per gli inquinanti e da habitat per la fauna locale.

In sintesi, riqualificare un’asta fluviale significa portare un corso d’acqua in connessione con il territorio circostante, ripristinandone le caratteristiche geomorfologiche, fisico-chimiche e biologiche. Per realizzare tutto ciò è necessario intervenire con un approccio integrato in cui la partecipazione attiva delle parti sociali e istituzionali coinvolte gioca, inevitabilmente, un ruolo fondamentale.

È necessario che tutti gli attori locali coinvolti agiscano in sinergia per raggiungere un obiettivo comune che porterà benefici univoci.

Il ripristino della connettività fluviale è uno dei pilastri fondamentali della riqualificazione dei corsi d’acqua. Un fiume non è solo un canale dove scorre l’acqua, ma un ecosistema complesso che necessita di muoversi liberamente in quattro dimensioni: longitudinale, laterale, verticale e temporale.

La connettività longitudinale si riferisce alla continuità del fiume dalla sorgente alla foce.

È necessario, quindi, che eventuali dighe obsolete siano eliminate se non necessarie, oppure ripristinate in modo adeguato, anche con scale di risalita per la fauna ittica. In un contesto di deflusso longitudinale regolare, anche la gestione dei sedimenti avviene in modo autocontrollato dal fiume stesso, infatti senza sedimenti, l’alveo si erode e le spiagge alla foce scompaiono.

La connettività laterale riguarda il legame tra il fiume e la sua piana inondabile. Spesso i fiumi sono “incamiciati” tra argini artificiali che li separano dal territorio circostante.

È necessario, in caso di eventi alluvionali, permettere alle piene di espandersi in aree sicure, riducendo il rischio di alluvioni a valle e creando habitat ricchi di biodiversità.

La connettività verticale e temporale riguarda lo scambio tra le acque superficiali e la falda acquifera. Un alveo cementificato impedisce la ricarica delle riserve idriche sotterranee. Oltre a favorire questo, i suoli “assorbenti” incamerano acqua di riserva che sottraggono al deflusso eccessivo superficiale che si manifesta in caso di forti precipitazioni.

Diversi interventi attuati dall’uomo hanno ridotto la connettività verticale (pavimentazione degli alvei, dragaggi, svasi) e portato all’intasamento del fondo con sedimenti fini, limitando di fatto lo scambio tra acque superficiali e sotterranee.

Pertanto, ripristinare la connettività non è solo una questione ambientale, ma un investimento per la sicurezza umana che si può sintetizzare nei seguenti tre aspetti:

  • resilienza climatica: i fiumi “liberi” gestiscono meglio la siccità e le alluvioni estreme;
  • autodepurazione: un ecosistema connesso filtra meglio gli inquinanti;
  • biodiversità: ritorno di specie autoctone e miglioramento della qualità degli ecosistemi.

I corsi d’acqua naturali, quindi, non sono semplici “tubi” che trasportano acqua, ma sistemi dinamici complessi che modellano costantemente il paesaggio attraverso un equilibrio tra energia idraulica e trasporto di sedimenti.

Il comportamento di un fiume è determinato dal bilancio tra la sua capacità di trasporto e il carico sedimentario a disposizione. Erosione, trasporto e deposito sono le tre fasi che caratterizzano il ciclo dinamico di un fiume.

I materiali erosi dall’energia dell’acqua vengono mossi a valle in vari modi:

  • sospensione: particelle fini (limi e argille);
  • trascinamento al fondo: sassi e ghiaie che rotolano o saltano;
  • soluzione: sali minerali disciolti.
  • deposito (sedimentazione): quando la velocità della corrente diminuisce (in pianura o alla foce), il fiume non ha più l’energia per trasportare i sedimenti e li abbandona creando pianure alluvionali e delta.

In questo contesto dinamico, causato dall’energia prodotta dallo scorrere dell’acqua, si inseriscono le funzioni ecologiche e ambientali. I fiumi, infatti, sono tra gli ecosistemi più produttivi della Terra. Le loro funzioni principali includono:

  • connettività ecologica: fungono da corridoi biologici che permettono lo spostamento di specie animali e la dispersione di semi tra habitat diversi;
  • autodepurazione: grazie all’azione di microrganismi e piante acquatiche, i corsi d’acqua sono in grado di degradare parte degli inquinanti organici, migliorando la qualità dell’acqua;
  • regolazione del microclima: la presenza d’acqua e della vegetazione riparia mitiga le temperature locali e aumenta l’umidità atmosferica.

A tutto ciò si aggiungono le funzioni idrologiche e idrauliche che il fiume gestisce con il ciclo dell’acqua superficiale e sotterranea, ossia:

  • laminazione delle piene: le aree naturali adiacenti al fiume (pianure inondabili) assorbono l’eccesso d’acqua durante le forti piogge, riducendo il rischio di alluvioni a valle.
  • ricarica delle falde: gran parte dell’acqua che beviamo proviene da acquiferi che vengono alimentati proprio dalla dispersione idrica degli alvei fluviali.

Questo variegato contesto ecologico e idraulico caratterizza anche il fiume Crati, il corso d’acqua più importante della regione Calabria per lunghezza, bacino e portata, che porta con sé millenni di storia, dalle leggende magno-greche fino ai giorni nostri. Nonostante la sua importanza, ha un regime tipicamente torrentizio e può essere, infatti, molto calmo in estate e diventare impetuoso e minaccioso durante le grandi piogge invernali.

Queste caratteristiche sono rese ancor più evidenti dai cambiamenti climatici in atto e i recenti eventi alluvionali ne sono una triste dimostrazione.

Lo stato ecologico e fluviale del Crati. Per la prima volta un monitoraggio
ha interessato l’intero corso del fiume, attraverso l’applicazione dei protocolli scientifici

Lo stato complessivo dell’ambiente di un corso fluviale e la sua funzionalità come la funzione tampone svolta dall’ecotono ripario, la struttura morfologica dell’alveo, delle rive e dell’intero corso del fiume vengono determinate dall’Indice di Funzionalità Fluviale (IFF) – Riparian Channel Environmental Inventory (RCE-I).

Il corso d’acqua, inteso come “sistema fluviale”, viene analizzato in tutte le sue componenti: abiotiche (morfologiche, strutturali) e biotiche (vegetazione in alveo, vegetazione riparia e vegetazione perifluviale), permettendo così di individuare sia i tratti di corso d’acqua ad alta valenza ecologica che quelli degradati, mettendo in rilievo le criticità funzionali.

La Direttiva Europea 2000/60/CE – Direttiva Quadro Acque, recepita in Italia da D. Lgs. n. 152/06 e dalle norme tecniche collegate fornisce e traccia le linee per l’azione comunitaria in materia di acque interne superficiali, di transizione, costiere e sotterranee, perseguendo scopi che riguardano tanto il profilo ambientale quanto quello più prettamente economico e sociale della gestione della risorsa.

L’ANPA (Agenzia Nazionale di Protezione Ambientale) ora ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha redatto il Manuale di applicazione dell’IFF (2003); il manuale è stato successivamente rivisto e perfezionato con l’edizione 2007. Il Manuale fornisce indicazioni della Direttiva Europea 2000/60/CE, sull’importanza di valutare, per quanto riguarda i corsi d’acqua, “gli elementi idromorfologici a sostegno degli elementi biologici”.

L’Indice di Funzionalità Fluviale può essere applicato in qualunque ambiente d’acqua corrente, sia di montagna sia di pianura; non può essere applicato, invece, in ambienti di foce, sensibile all’azione delle maree e della risalita del cuneo salino, e in ambienti ad acque ferme (laghi, lagune, stagni, acque relittuali, ecc.).

Le Riserve naturali regionali del Lago di Tarsia e della Foce del fiume Crati nel 2008, attraverso un lavoro meticoloso, applicando i Protocolli e la Direttiva Europea 2000/60/CE e il D. Lgs n. 152/06 e ss. mm. e ii., hanno ricostruito per la prima volta lo scenario ecologico di tutto il fiume Crati (dalla sorgente alla foce – 82,4 km), utilizzando come strumenti d’indagine l’Indice di Funzionalità Fluviale (IFF) per valutare lo stato complessivo dell’ambiente fluviale e, parallelamente all’applicazione dell’IFF, sono state effettuatele analisi sulla matrice acquosa per determinare l’Indice Biotico Esteso (IBE).

Un lavoro che ha individuato le pressioni, le minacce, le aree vulnerabili e ha fornito indicazioni sugli interventi da pianificare e programmare per una gestione sostenibile della risorsa idrica.

Sempre la Direttiva Europea 2000/60/CE, recepita dal D. Lgs n. 152/06 stabilisce che per ogni corpo idrico significativo o parte di esso, si debba giungere alla conoscenza dello stato di qualità ambientale, individuato attraverso il confronto fra stato chimico (stabilito in base ai valori di concentrazione dei principali inquinanti) e stato ecologico. Lo stato chimico è definito in base alla presenza di microinquinanti, ovvero di sostanze chimiche pericolose, che in genere non si trovano in concentrazioni significative nelle acque. Per la definizione dello stato ecologico la normativa stabilisce che debbano essere svolte analisi sulla matrice acquosa e sul biota.

Quest’ultimo aspetto, negli anni, ha subito delle evoluzioni per le quali all’indice IBE è subentrato l’indice MacrOper cambiando l’approccio operativo che avviene, in quest’ultimo caso, secondo la tecnica del multi habitat proporzionale.

Le analisi sulla matrice acquosa sono volte ad evidenziare lo stato di alcuni parametri chimico-fisici e microbiologici, considerati macrodescrittori. Le determinazioni sul biota riguardano gli impatti delle attività antropiche sulle comunità della macrobentofauna, valutate attraverso l’Indice Biotico Esteso (I.B.E.). Con le analisi chimico-fisiche si individuano le alterazioni dei corsi d’acqua in relazione alle cause (la presenza degli inquinanti), mentre attraverso l’IBE si evidenziano gli effetti degli inquinanti sulla comunità degli organismi che ci vivono. Per l’individuazione dello stato ecologico dei corsi d’acqua, alla fine, si incrociano i valori ottenuti da entrambi i tipi di analisi effettuate considerando il risultato peggiore ottenuto tra I.B.E. e macrodescrittori.

Sintesi dei risultati finali

Per quanto attiene lo stato di qualità ambientale dell’ecosistema acquatico i risultati hanno permesso di riscontrare classi di qualità inferiori in quei tratti del fiume posti nella media valle fino in prossimità della foce, peggiorando sempre di più man mano che il campo di indagine è stato esteso ai diversi livelli gerarchici applicati.

Analizzando i risultati delle analisi chimico-microbiologiche e dell’IBE, è stata riscontrata una notevole compromissione per le zone poste nella media valle del Crati, in particolare per quelle coincidenti con l’area urbana di Cosenza-Rende-Montalto, con uno stato di inquinamento organico elevato e notevole presenza di materia organica in decomposizione da attribuire a scarichi di tipo fognario o ad immissioni di acque non depurate derivante da attività antropiche.

Mentre, per quanto riguarda lo stato di funzionalità fluviale, la bassa funzionalità del corso d’acqua è da attribuire principalmente all’alterazione della fascia riparia, ridotta o del tutto assente in molti tratti, dove la pressione antropica, dovuta alle attività agricole e al prelievo di inerti, hanno ridotto o eliminato del tutto la fascia ripariale, favorendo anche l’attività erosiva durante le piene invernali, con notevoli modificazioni dell’assetto idromorfologico naturale dell’alveo. La maggior parte dell’area a valle è contraddistinta da un giudizio tra mediocre e scadente, che rappresenta il 60% circa dell’intero fiume.

Gli ecotoni ripariali, che rappresentano le zone di incontro tra l’ambiente terrestre e quello acquatico, colonizzati da formazioni vegetali riparie, sono di fondamentale importanza per la funzionalità dell’ecosistema acquatico e svolgono la funzione di filtro per le sostanze inquinanti che provengono dal territorio circostante.

Per quanto attiene ai tratti del fiume rientranti nel perimetro delle due Riserve (l’IFF non si applica nei tratti di laghi e di foce), è stato confermato un buon giudizio di funzionalità fluviale. Tale dato si registra soprattutto nel tratto di fiume rientrante nella Riserva Foce del Crati, dove è presente una formazione di bosco ripariale, relitto della foresta planiziale che un tempo copriva la Piana di Sibari, testimonianza di come l’istituto delle riserve ha garantito la tutela e la conservazione di questi ambienti, pur subendo, per forza maggiore, una compromissione rilevante che ha determinato e determina una certa vulnerabilità dello stato di qualità dell’ecosistema acquatico e di quello funzionale.

Occorre, pertanto, pianificare un concreto a rapido intervento, sinergico e congiunto, di adeguato ripristino dei principali parametri di connettività e funzionalità ecologica del Crati, in tutto il suo bacino, che scorre nella valle omonima che, per troppi anni, è stato oggetto di incuria, speculazioni dei territori limitrofi e assenza di pianificazione ed interventi adeguati

Da evidenziare come le due Riserve, localizzate ad oltre metà percorso (Lago di Tarsia) e alla fine del corso del fiume (Foce del Crati) subiscono una pressione antropica determinata da una gestione poco sostenibile dell’intero corso del fiume.

Tuttavia, l’ecosistema fluviale della Foce del Crati, grazie alla presenza di straordinarie formazioni vegetali ripariali, che espletano la funzione di filtro dalla pressione antropica originata a monte, svolge un ruolo fondamentale per la funzionalità dell’ecosistema acquatico. Questo consente non solo di contenere e custodire una straordinaria biodiversità animale e vegetale, unica in tutta la regione, ma anche di assolvere a quella funzione “tampone” e di “compensazione degli squilibri ecologici” con azioni di auto-depurazione. Ancora, le aree ripariali agiscono come una spugna naturale in quanto permettono al fiume di allargarsi lateralmente. La vegetazione riparia tipica dell’area della Foce del fiume Crati (canneti, bosco igrofilo), crea un rallentamento della corrente, riducendo l’energia distruttiva dell’acqua a valle. Inoltre, trattenendo temporaneamente l’acqua nelle zone di esondazione controllata, il “picco di piena” viene ritardato e abbassato.

Alla luce degli eventi alluvionali del mese di febbraio scorso i risultati del lavoro, che sono stati racchiusi in un volume dal titolo “Ecologia & Funzionalità del Fiume Crati”, ci appaiono a distanza di circa venti anni sempre più attuali, cosi come ci appare indifferibile l’avvio di un piano di gestione sostenibile della risorsa idrica dell’intero corso del fiume.

Un’opera che ha voluto e vuole rappresentare un contributo al più importante ecosistema fluviale della Calabria, ricco di storia, di cultura, di natura, di paesaggi unici e, soprattutto, di una straordinaria biodiversità animale, vegetale e di habitat, in particolare il bosco igrofilo di pianura, reliquia di antiche foreste che ricoprivano vaste aree di questo territorio, ricadente nella Riserva della Foce del fiume Crati, oggi definito uno dei rari lembi di foresta mista planiziale in dinamica naturale (rewilding) nel bacino del Mediterraneo.

© 2010, AA.VV., Ecologia e Funzionalità del Fiume Crati. Risultati del monitoraggio e della valutazione dello stato di qualità delle acque e dell’ecosistema fluviale del Crati, attraverso l’applicazione della metodologia IBE e la determinazione dell’IFF, al fine di individuare azioni di sostenibilità della risorsa idrica e dell’ecosistema fluviale. Edizione Amici della Terra Italia/Ente gestore operativo Riserve Tarsia-Crati, Corigliano Calabro (Cs)

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